Cedu condanna l’Italia: violati i diritti di un detenuto psichiatrico

Simone Niort

ROMA, 28 MAR – La Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto la responsabilità dello Stato italiano per la violazione del diritto alla salute e alle cure mediche di Simone Niort, un giovane con problemi psichiatrici che si trova da otto anni in carcere in Italia, dall’età di diciannove anni, e durante questo tempo avrebbe tentato il suicidio una ventina volte. Avrebbe compiuto anche atti di autolesionismo.

A riferirlo è il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. “La Corte ritiene che le autorità nazionali non abbiano dimostrato di aver valutato in modo sufficientemente rigoroso la compatibilità del suo stato di salute con la detenzione – spiega il legale di Niort, Antonella Calcaterra – accertando la mancata esecuzione di un provvedimento giudiziario che disponeva il trasferimento del ricorrente in una struttura penitenziaria più adatta alle sue gravi condizioni”.

La vicenda

(www.lanuovasardegna.it) Simone Niort, detenuto sassarese di 28 anni, è in carcere dal 2017. A partire dal 2016, quando era stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio per aver picchiato la compagna incinta con un bastone e una spranga di ferro in preda a un raptus di gelosia, il giovane ha cercato di farla finita in più occasioni.

Il giovane era stato arrestato dai carabinieri dopo una lite furibonda con la fidanzata di 32 anni all’interno dell’appartamento di Sassari. La donna che aveva massacrato, dopo il brutale pestaggio aveva perso il bambino.

Già tre giorni dopo l’arresto, alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia, aveva infilato la testa dentro un cappio costruito con un lenzuolo e si era lasciato penzolare all’interno della cella di isolamento. E di nuovo sei mesi dopo quando aveva aspettato che i compagni di cella si addormentassero e dopo essersi tagliato le vene dei polsi aveva arrotolato un lenzuolo, lo aveva legato alle sbarre della finestra e aveva provato a togliersi la vita.

Da allora ci sono stati altri tentativi di suicidio. Il padre negli anni ha fatto molti appelli pubblici per sensibilizzare sul contesto detentivo in cui si trovava Simone. Il ragazzo ha subito più di cento procedimenti disciplinari nei vari istituti penitenziari dell’isola in cui è stato rinchiuso fino a sviluppare la cosiddetta “sindrome reattiva al carcere”.

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